Segni e Impronta

Archive for Settembre, 2011

“Dietro alla cosiddetta sindrome da deficit di attenzione e iperattività, spesso si nasconde in realtà un talento che noi non siamo ancora in grado di riconoscere ed accettare. Anche se si tratta di risorse di cui la nostra cultura attuale ha estremo bisogno”. Intervista al professor Henning Köhler.
Sempre più spesso si sente parlare di bambini “difficili”, e delle sindromi da iperattività e deficit di attenzione (ADHD). A fasi alterne si riaccendono i dibattiti circa l’opportunità di autorizzare la somministrazione di psicofarmaci, primi fra tutti il Ritalin, ai bambini. Eppure ci sono altre prospettive su questi temi. Da un lato, si avanzano prove della connessione fra il consumo di coloranti e zucchero bianco e l’aumento di irrequietezza nei bambini, dall’altra si aprono delle prospettive educative per rispondere a queste domande. Henning Köhler è pedagogista, terapista e ricercatore, fondatore dell’Istituto Janus Korczak di Nürtingen (Stoccarda), nel quale un team di specialisti offre servizi di consulenza e terapia, rivolti a bambini, adolescenti e famiglie, e autore di numerosi libri. Con il suo lavoro, egli rivolge uno sguardo nuovo ai bambini “difficili”, portando all’attenzione come questi comportamenti siano frutto di un disagio, non tanto da reprimere, quanto da ascoltare, e sottolineando l’importanza del recuperare uno sguardo positivo sull’infanzia e sulle risorse che ogni bambino porta in sé, come “progetto di vita”.
Incontriamo il professor Köhler durante un seminario, insieme alla sua collaboratrice, la dottoressa Ute Wagner-Zavaglia.

D: Professor Köhler, cosa l’ha portata ad affermare che non esistono bambini difficili?
R Prof. Köhler: I bambini vengono al mondo con una fiducia intatta nel fatto che il mondo sia buono, ma sperimentano poi una delusione. Il loro comportamento, che a noi appare difficile, è la conseguenza di questa delusione, di questo disorientamento, del quale essi non hanno alcuna responsabilità. Ma c’è anche un altro aspetto: oggi abbiamo perso la capacità di riconoscere cosa è l’infanzia, e consideriamo “difficile”, ciò che in realtà è genuinamente infantile, anche se non corrisponde alle aspettative degli adulti.
D: Come mai si osserva un aumento dei bambini considerati “difficili”?
R Prof. Köhler: La definizione di “normalità” si sta progressivamente restringendo, e tanto più questo accade, quanto più i comportamenti dei bambini vengono considerati anormali e vengono trovate nuove definizioni di patologie ad essi legate. Ne sono un esempio le diagnosi di legastenia e dislessia. Cento anni fa era considerato normale che i bambini non sapessero né leggere né scrivere fino ad un’età avanzata. Con l’arrivo dell’alfabetizzazione universale si è instaurata una costrizione di modi e tempi per imparare a leggere e scrivere, così è comparso un nuovo problema, ben presto individuato e diagnosticato come patologia. Analogamente, nel 1986 è stata introdotta la discalculia come quadro patologico: a un certo punto i bambini che non sapevano fare i calcoli venivano considerato malati. Con l’ADHD è accaduto qualcosa di simile. Nelle condizioni di vita attuali, soprattutto nelle grandi città, viene fortemente limitata la possibilità dei bambini di muoversi liberamente, così i bambini particolarmente vivaci vengono etichettati come patologici, anche se in condizioni diverse non sarebbero stati considerati tali.
R Dott.ssa Wagner-Zavaglia: Le costrizioni che i bambini sperimentano sono rafforzate dal fatto che il nostro modo di pensare attuale si sviluppa sempre più verso un pensiero organizzato secondo schemi e regole, e questo contribuisce ad allontanare dalla comprensione di ciò che è infantile, poiché infanzia significa anche movimento ed assenza di regole…

La versione completa dell’articolo con l’intervista integrale al professor Henning Köhler è disponibile su Terra Nuova – Novembre 2008 versione eBook.

Il teatro ha origini antichissime.

Attraverso le rappresentazioni di storie e scenette, con attori o con marionette e burattini, l’uomo esprime e comunica sentimenti e pensieri.
I bambini sono attratti dai teatrini…metteteli di fronte a delle marionette che si muovono e la loro attenzione è catturata. Per la loro innata curiosità, per la passione che mostrano di fronte ai racconti ma anche perché attraverso queste scenette possono vedere rappresentate le loro emozioni, quelle che magari fanno fatica ad esprimere.
Il teatro è come magia…i personaggi, i costumi, le voci, i gesti, gli scenari che fanno da cornice…tutto contribuisce a rendere questa forma d’arte davvero speciale.
Se poi i bambini da ascoltatori si trasformano in attori, la recitazione è un’esperienza da consigliare.
Immedesimandosi nei vari personaggi i bambini imparano a controllare le diverse emozioni e personalità, a improvvisare, ad inventare storie, a cambiare voce e prendere coscienza delle varie parti del corpo e acquisire proprietà di linguaggio.

cop. pig

Oggetto transazionale.

Per facilitare il momento del distacco dal genitore, l’abbandono sereno al sonno, per superare piccoli disagi e tutti quelle situazioni nuove come ad esempio il passaggio dal nido alla materna acquista notevole importanza l’oggetto transizionale. Questo termine denota un oggetto, generalmente molto piacevole al tatto, che può essere un semplice lembo di coperta, peluche, una bambola di stoffa… che aiuta il bambino nel suo sviluppo psicologico; esso è  il primo oggetto assimilato come “non-me”. Tale oggetto, rappresentando l’unione con la madre, ne permette anche il distacco e l’autonomia da essa, un processo definito come individuazione-separazione dalla Mahler. Quindi l’oggetto transizionale permette al bambino l’ammortizzazione del passaggio dallo stadio dell’onnipotenza soggettiva a quello della realtà oggettiva condivisa, e lo fa rappresentando in maniera pre-simbolica lo spazio transazionale cioè uno spazio di mezzo, lo spazio potenziale, situato tra il sé e il non-sé.